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Inquisizione
 
Dentro l'Opus Dei

Una Chiesa parallela con una propria organizzazione, disciplinata da “rigide imposizioni quotidiane, sottili attacchi psicologici, vincoli e divieti di ogni tipo”. Sull’Opus Dei si è scritto e detto di tutto, anche grazie alla complicità di alcuni film e fiction di successo. Ora Emanuela Provera, per quasi quindici anni numeraria dell’Opera, ha raccontato la sua esperienza e quella di numerosi altri affiliati in un saggio da poco pubblicato da Chiarelettere. Titolo: Dentro l’Opus Dei. Come funziona la milizia di Dio . Panorama.it ha incontrato l'autrice.
La prima obiezione che si può fare al libro riguarda la sua struttura, costituita perlopiù da testimonianze di “fuoriusciti” dall’Opera. Per qualcuno, già questo potrebbe essere un motivo di mancanza di credibilità…
I fatti raccontati sono tutti veri. Potrebbero avere un’importanza relativa se le testimonianze rese fossero esigue. Non è così, e questa è la principale differenza con il saggio di Ferruccio Pinotti (Opus Dei segreta) a cui peraltro ho collaborato. Il mio libro è il racconto di un’esperienza collettiva di sofferenza, vissuta dalle persone che escono dall’Opera. Una realtà certamente non esigua, dato che secondo una stima non ufficiale, più di una persona su due che chiede l’ammissione all’Opera poi se ne allontana.
Cos’ è l’Opus Dei?
Ad oggi è l’unica prelatura personale della Chiesa, a disposizione del pontefice per uno specifico motivo di carattere pastorale, la proclamazione della santità nel lavoro ordinario. La prelatura dipende direttamente dalla sacra congregazione dei vescovi e dunque del papa.
E questo che significa?
Che è totalmente svincolata dal controllo diocesano dei vescovi. Gode quindi di un’autonomia senza precedenti nella Chiesa cattolica. Se si eccettuano le visite quinquennali del prelato per rendicontare l’attività dell’Opera al pontefice, non c’è alcun tipo di controllo sulla sua attività. Solo per fare un esempio: la Chiesa non può controllare le ammissioni e le dimissioni dei membri all’interno della prelatura.
Come è stato possibile allora che Wojtyla, nel 1982, abbia approvato uno statuto di questo tipo?
Gli Statuti dell’ ‘82 - che sono il fondamento  giuridico su cui si fonda la relazione Opus Dei/Santa Sede – sono stati preparati dalla stessa Opera e sono stati ricavati dalle Costituzioni del ’50 che ne disciplinavano la natura di istituto secolare. È stato un lavoro di cesello giuridico che ha consentito di essere svincolati da controlli strettissimi.
Lei è stata direttore di un centro: un ruolo non apicale, ma l’unico di responsabilità grazie al quale si entra in contatto diretto con i numerari. Quali erano i suoi compiti?
Di due tipi diversi. Da un lato, la gestione pratica e amministrativa del centro; dall’altro, la responsabilità sulla formazione dei ”numerari” che consiste in un’attività di direzione spirituale. Questo doppio ruolo è vietato dal codice di diritto canonico: in nessun’altra realtà riconducibile alla Chiesa è possibile che chi svolge funzione di governo abbia al contempo  ruoli di formazione della coscienza.
“Pitare”, “tempo di lavoro”, “tempo notturno”: dalla lettura del libro colpisce l’utilizzo tra i numerari di un lessico molto oscuro e decisamente poco comprensibile…
Secondo l’Opera, è normale che in ogni famiglia si sviluppino  termini che possono capire solo i suoi componenti, esattamente come i nomignoli usati tra fratelli. Ciò che non è affatto normale è che uno dei documenti interni - dunque non conosciuti né dalla Chiesa cattolica né da i semplici numerari - riporti un lungo elenco di 94 sigle per abbreviare le comunicazioni interne. Un sistema che fa male a chi lo vive per tanti anni, dato che crea un  forte isolamento sociale.
A proposito di linguaggio: parliamo della “pesca sottomarina”, ovvero del proselitismo, e proviamo a tracciare l’identikit del candidato numerario.
Innanzitutto deve essere un “talento medio”. Per essere più chiari: non deve presentare particolari attitudini geniali e, al contrario, troppo modeste. Deve insomma avere un suo equilibrio interiore  ma al contempo possedere un livello di istruzione alta. Per gli uomini, ciò significa aver conseguito almeno la laurea. Le donne, al contrario, che vivono nell’Opera una condizione di assoluta inferiorità, possono essere anche diplomate. La stabilità psicofisica dei candidati è un altro elemento necessario: il numerario conduce infatti una vita abbastanza austera e intensa, costantemente sotto controllo. Ciò significa consegnare la propria vita intima nelle mani di qualcun altro, il direttore, che ha un potere fortissimo, quantomeno  a livello operativo, dato che si rapporta quotidianamente con i fratelli. Non esistono sfere di carattere personale che non rientrano nell’ambito di questa “consegna” a Dio.
Faccia qualche esempio.
Almeno ogni settimana il numerario “apre la propria coscienza” a due persone: un laico (che è poi uno dei direttori del consiglio locale) e un sacerdote. Fede, purezza e vocazione sono tre argomenti che devono essere trattati all’interno di questo colloquio.
È un percorso coercitivo?
Non è detto, specialmente nei casi in cui tutto ciò viene vissuto in una dinamica di amore nei confronti di Dio, in una dimensione affettiva che il numerario è portato quasi sempre a interiorizzare. Nell’Opera esistono momenti di adesione libera. Il problema però è che  il meccanismo è talmente  pressante che  non c’è  spazio per una via di uscita, sopratutto quando si riscontra una dipendenza e una sofferenza.
La situazione riguarderà anche molti giovani…
Certo. È facile che gli adolescenti si identifichino in questo sistema perché il loro percorso comporta il distacco della famiglia e l’ingresso in un altro gruppo. Il problema però è un altro: questo processo, che dovrebbe essere temporaneo, non viene mai superato. Così, capita spesso che a sessant’anni si continui a dipendere dall’Opus Dei. Ed è da ciò che deriva il potere dell’Opera, anche perché con le informazioni intime e personali si governa un impero.
Una dipendenza che si riverbera  anche nell’aspetto economico …
Quando ero nell’Opera, non tenevo in tasca più di venti euro. Il numerario rinuncia volontariamente all’usufrutto e all’amministrazione dei suoi beni, non alla proprietà. L’obiettivo è  vivere con distacco dai beni materiali.
Persino il celibato è una prescrizione.
Da credente, sono convinta del valore del celibato apostolico. Nell’Opera, tuttavia ciò non comporta solo non avere rapporti sessuali con altri. Significa non avere alcun rapporto con l’altro sesso: niente colloqui e niente confronti di nessun tipo. Seguire sin da giovani queste prescrizioni, comporta ignorare una parte della realtà e quindi non elaborare una scelta in modo consapevole. Inevitabile che alcuni ex numerari abbiano sofferto di alcune patologie psicosomatiche e di gravi problemi con la sessualità.
Cosa significa uscire dall’Opera?
Comporta due conseguenze. Una, molto positiva, che consiste nel tentativo di riscatto e di emancipazione; l’altra, decisamente negativa, riguarda l’indigenza: non solo psicofisica e affettiva, ma anche economica. Quando ti allontani, la prelatura è totalmente assente. Nel mio caso, sono di fatto spariti.
Vuole dire che non c’è stato alcun tentativo di trattenerla?
No. Al contrario, gli sforzi sono stati numerosissimi. Viene messo in atto un accerchiamento affettivo molto forte, poi però arriva il momento in cui i direttori si rendono conto che non c’è nulla da fare. A quel punto, la persona diventa un elemento di disturbo e scatta l’allontanamento dal Centro. Perché per l’Opera la persona non è importante, ciò che conta di più è l’istituzione.

Ho passato trent'anni nell'Opus Dei

La verità è che non mi sarei mai immaginato una vita così diversa da quella che conducevo nell'Opus, di cui sono entrato a fare parte a 16 anni, all'epoca della Spagna franchista.
 
Mi chiamo Antonio Esquivias, ho sessant'anni e mi occupo della formazione dei docenti all'educazione emotiva. E per trent'anni sono stato un numerario spagnolo dell'Opus Dei. È stata una vita molto diversa da quella che conduco ora, con mia moglie Amina, musulmana, tre figli della sua precedente relazione e la più piccola, figlia di entrambi. La verità è che non mi sarei mai immaginato una vita così diversa da quella che conducevo nell'Opus, di cui sono entrato a fare parte a 16 anni. E questo perché finché ci sei dentro ti identifichi in una vita in cui tutto è regolamentato, previsto e controllato. In effetti non pensavo nemmeno che avrei potuto farmi una vita al di fuori dell'Opus Dei...
I miei giorni nell'Opus Dei erano caratterizzati dalla monotonia, dalla ripetitività della solita routine dominata dalla preghiera, dai sacrifici e dallo studio. Mi alzavo presto, poco dopo le sei e mezza, col "minuto eroico", ovvero la capacità di uscire dal letto non appena suona la sveglia, senza vacillare. Subito dopo veniva la prima offerta del giorno: baciare il pavimento e recitare "Serviam!", che significa "Servirò," rivolto sia a Dio che all'Opus Dei. La seconda azione era una doccia gelata come offerta al fondatore dell'Opus. Sono una persona freddolosa, e quella doccia era una delle cose che mi pesavano di più.
Dopo essermi vestito, e senza fare colazione, alle sette e mezza andavo alla mezzora di preghiera riservata ai numerari. Alle otto c'era la funzione, seguita dalla colazione. Dalle nove a l'una mi dedicavo allo studio, interrompendomi soltanto per la preghiera dell'angelus di mezzogiorno. Dopo venivano un quarto d'ora di letture spirituali, il pranzo e le preghiere del pomeriggio.
Dopodiché andavo alla Facoltà di Ingegneria Agraria, e restavo lì fino alle nove e mezza, quando rincasavo per cenare e fare l'esame di coscienza della mia giornata. Dopo aver recitato tre Ave Marie della purezza con le braccia incrociate andavo a letto.
In aggiunta alla doccia gelata era prevista un'altra serie di mortificazioni che avevano lo scopo di controllare le necessità di base. Per venti secoli il corpo e le sue sensazioni, con la sessualità e la capacità di provare piacere, hanno rappresentato il grande nemico del cristianesimo, e nell'Opus è tuttora così. L'obiettivo, puro e semplice, è desensibilizzare le necessità di base.
Ogni numerario ha una lista delle piccole mortificazioni da realizzare ogni giorno. Si tratta di piccoli piaceri a cui bisogna rinunciare. Per esempio, non zuccherare il caffè, non bere fino al secondo o non bere affatto durante i pasti. Così come non appoggiare la schiena allo schienale mentre si studia o si lavora. Bisognava ingegnarsi a trovare mortificazioni adatte, ed era necessario che fossero una rinuncia, perché spesso finivi per abituarti a tutto e non riuscivi nemmeno più a distinguere tra un caffè amaro e uno zuccherato.
E poi ovviamente ci sono le mortificazioni corporali. Per due ore al giorno bisognava fare il cilicio, una cinghia di metallo provvista di punte da utilizzare sulla coscia, e una volta a settimana si passava alla disciplina: una frusta di corda intrecciata per la schiena.
In più, sempre una volta a settimana, i numerari uomini devono dormire per terra, e le donne, tutte le notti, su una tavola di legno .

Nell'Opus Dei il controllo è totale e su tutti gli aspetti della vita, da quello più quotidiano a quello più intimo o personale. Per esempio, ogni giorno bisogna compilare un foglio segnando con una X tutte le azioni compiute e il tempo dedicato a ognuna.
In più, fin dal primo momento ho dovuto consegnare tutti i miei soldi al segretario del centro a cui facevo riferimento. Potevo prendere solo lo stretto necessario (sempre meno di quello che depositavo, chiaramente), dimostrando come avevo speso quei soldi anche quando si trattava soltanto di un biglietto dell'autobus. Il concetto di "necessità" è regolato fin nel dettaglio e passa per il controllo del segretario, ma non faticavo a comprendere questo sistema: era una conseguenza della povertà che l'ingresso nell'Opus implica.
Quanto al controllo culturale, si reggeva sulle norme di prudenza nella lettura, un eufemismo che, nella pratica, si traduceva nel chiedere al direttore tutti i libri che si avevano intenzione di leggere. I libri erano classificati in un archivio la cui gestione era in mano all'Ufficio della Direzione Spirituale Spagnola, qualcosa di vagamente simile al Ministero della Verità di 1984. I libri venivano classificati secondo un sistema da uno a sei: 1 libri per bambini; 2 ciò che è permesso leggere a tutti; 3 libri che presentano qualche difficoltà, e che quindi richiedono un certo grado di maturità. Dal numero 4 in poi bisognava consultare i superiori: non bastava il permesso del direttore, ma bisognava rivolgersi all'Ufficio Centrale. E se non c'è un motivo ben preciso non si ottiene il permesso. Per esempio, io mi trovai a chiedere il permesso per leggere un libro di Ratzinger, che poi sarebbe diventato papa, perché era considerato un testo che si allontanava dalla dottrina dell'Opus.
Infine, c'è il controllo spirituale. Nell'Opus è obbligatoria una conversazione settimanale di mezzora con il direttore del centro o un suo delegato. In questa conversazione apri la tua coscienza e racconti cosa ti succede. Come vivi, come ti mortifichi, come preghi, cosa pensi...
Questo controllo della coscienza si completa con la confessione, che va fatta a un sacerdote dell'Opus, ma non uno qualunque. Serve proprio quello del centro a cui si appartiene. Se il sacerdote riscontra dei "problemi", anche in materia di sessualità, allora "consiglia" di affrontare la cosa col direttore.
La sessualità non viene mai chiamata col suo nome. Si usa il termine "purezza". E la scelta della parola è eloquente, perché qualunque cosa può essere "impuro", soprattutto tra i membri numerari, che non si sposano. C'era un tema ricorrente, il "controllo dello sguardo", che in termini molto semplici indicava l'approccio visivo alle donne quando si era per strada. Io mi ero abituato a non spostare lo sguardo dai piedi. È in questo ambito che più pesano la desensibilizzazione e la spersonalizzazione, fino a soffocare la sessualità ancora prima che questa si manifesti. Per questo, il mio primo contatto col sesso è avvenuto a 44 anni, quando ero già uscito dall'Opus, e la mia prima masturbazione è arrivata anche più tardi, perché era una cosa che avevo demonizzato per troppo tempo.
Con gli anni, e poco a poco, ho iniziato a protestare con le violazioni della libertà che incontravo sul mio cammino. È difficile spiegarlo ora, ma quando sono entrato nell'Opus Dei c'era ancora Franco, e l'Opus era la frangia più moderna di tutta la Chiesa Cattolica. E quando entravi non ti dicevano cosa avresti dovuto affrontare di lì a poco.
Quando inizi a "protestare" lo fai da te, perché ti convincono che sei l'unico a vederla in quel modo. Poi, un po' alla volta, ho subito un accerchiamento. Era un vero e proprio mobbing, culminato in tre anni al Tajamar, un collegio dell'Opus a Vallecas, un quartiere di Madrid. Io, che ero stato direttore delle residenze universitarie, mi vedevo senza futuro: mi avevano allontanato da ogni possibile attività, lasciato solo. Entrai in depressione e decisi di lasciare l'Opus. Non mi importava di cosa sarebbe successo dopo.
Oggi mi godo la mia nuova vita normale, anche nelle cose più semplici come passare a prendere mia figlia a scuola e chiederle come è andata, comprare le brioche per la colazione o spiegare ai miei alunni l'importanza di un bacio e dell'affetto.
Quando sono uscito dall'Opus ho dovuto scoprire chi ero, che cosa mi piaceva. Abituato a mangiare ciò che mi veniva messo nel piatto, non sapevo cosa ordinare al ristorante, perché non sapevo cosa mi piaceva. La spersonalizzazione dell'Opus Dei arriva fino a questo punto.
Ovviamente la mia lotta non si è ancora conclusa e oggi continuo a combattere perché l'Opus Dei riconosca tutti gli anni che ho passato nell'organizzazione, così da avere un minimo di pensione. Un motivo che mi ha spinto a scrivere un  libro e a far emergere questa verità occulta, che tutti quelli che hanno vissuto nell'Opus conoscono e che ha influito più di quanto di pensi sulla storia di questo Paese: governi socialisti esclusi, dal 1958 a oggi la Spagna ha sempre avuto al governo membri dell'Opus Dei.