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Cos’è una provocazione? Un atto che ha come scopo di mettere in moto in te una reazione scomposta, irrazionale che ti rende ridicolo, o debole o esageratamente aggressivo. Ci sono molti gradi di provocazione. Alcuni vogliono solo provocare una reazione emotiva, sconcerto. È il caso del quadro, della scultura, del film, del romanzo che escono dai codici consueti per aprire una nuova strada. Come hanno fatto all’inizio i quadri di Kandinsky e di Picasso o il romanzo Lolita o, in televisione, Drive In e Il Grande fratello. Nella provocazione c’è sempre un rovesciamento dei ruoli. La persona che abitualmente è considerata inferiore tratta con superiorità e disprezzo quella che abitualmente viene considerata superiore. La mette in difficoltà, suscita il suo risentimento. Nella contestazione studentesca il gruppo di studenti abbandona il rapporto di deferenza che ha verso il professore, lo interpella con arroganza come se fosse un inferiore e, se lui reagisce, lo rimprovera come se fosse lui uno studente indisciplinato. Una forma importante di provocazione è quella del bullo verso la sua vittima.
Lo spintona, lo insulta, gli porta via la borsa e, quando protesta, prende la sua reazione come motivo per picchiarlo. Il persecutore usa cioè la provocazione per poter giustificare una ulteriore persecuzione. La provocazione è spesso usata per scatenare un conflitto e poi dare all’altro la colpa di averlo iniziato. Nelle bande di ragazzi chi vuol provocare una rissa fa delle avances a una ragazza del gruppo avverso, oppure urta facendo finta di non averlo fatto apposta, uno degli avversari. L’altro reagisce, lui si dichiara aggredito e ne approfitta per scatenare la battaglia. Questo tipo di provocazione è usata in politica. Molte delle frasi che si scambiano i politici sono delle provocazioni sia che accusino sia che si lamentino. I nazisti insultavano gli ebrei, rompevano le loro vetrine e, quando questi reagivano, urlavano indignati di essere loro le vittime. In tutti i partiti che usano la violenza di piazza c’è la figura dell’agente provocatore che lancia un sasso, una bottiglia molotov e poi si mette a gridare di essere stato aggredito. E i suoi compagni sono pronti a testimoniare a suo favore. Conclusione. Quando ci accorgiamo che si tratta di una provocazione ricordiamo che, reagendo, ne avremo sempre un danno e perciò la cosa migliore è non rispondere, andarsene, lasciare il provocatore da solo.
Francesco Alberoni