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cammino arco paulo coelho
 
 
Il giovane guardò stupito lo straniero.
“Nel villaggio, nessuno ha mai visto Tetsuya con un arco in mano,” rispose. “Qui tutti sappiamo che è un falegname.”
“Forse ha rinunciato, forse è stato assalito dallo scoramento: ma è qualcosa che non mi interessa,” insistette lo straniero. “Di certo, non si può considerarlo il miglior arciere del paese, se ormai ha abbandonato quest’arte. Ebbene, io ho viaggiato per lunghi giorni, proprio per sfidarlo e cancellare quella fama che non merita più. Oppure per...”
Il giovane capì che non sarebbe servito a nulla continuare nella discussione: era meglio che accompagnasse lo straniero alla falegnameria, affinché constatasse con i propri occhi la realtà.
Tetsuya stava trafficando nel laboratorio situato sul retro della casa. Quando si voltò per vedere chi stava arrivando, il sorriso gli si spense. Il suo sguardo scivolò sulla lunga sacca in spalla allo straniero.
“E proprio quello che state pensando,” disse il forestiero. “Non sono certo venuto fin qui per provocare o umiliare l’uomo che è considerato una leggenda. Vorrei solo poter dimostrargli che, con moltissimi anni di pratica, anch’io sono riuscito a raggiungere la perfezione.”
Tetsuya si voltò per riprendere il lavoro: doveva finire di montare le gambe di un tavolo.

Il più nobile dei maestri

“Un uomo che è stato un esempio e un modello per un’intera generazione non può sparire come avete fatto voi,” proseguì lo straniero. “Ho seguito i vostri insegnamenti, mi sono sforzato di rispettare il cammino dell’arco, e adesso credo di meritare che mi guardiate mentre tiro e che, magari, vi cimentiate con me. Se mi farete questo onore, me ne andrò e non rivelerò a nessuno dove vive il più nobile dei maestri.”
Lo straniero estrasse dalla sacca un lungo arco di bambù laccato, la cui impugnatura era collocata leggermente più in basso rispetto al centro. Omaggiò Tetsuya con un inchino e s’incamminò verso il giardino; lì, s’inchinò di nuovo, guardando verso un punto lontano. Poi prese una freccia adorna di piume d’aquila e divaricò le gambe, assumendo la postura salda del tiratore provetto. Con una mano, posizionò l’arco davanti a sé e, con l’altra, incoccò la freccia.
Mentre assisteva alla scena, il giovane era pervaso da eccitazione e stupore nel contempo. Tetsuya aveva interrotto il proprio lavoro, e adesso guardava lo straniero con un’indiscussa curiosità.
Il forestiero avvicinò l’arco al centro del petto, con la freccia incoccata; poi lo sollevò al di sopra della testa. Mentre lo abbassava, iniziò a tendere la corda.
Quando la freccia fu all’altezza del suo viso, il bambù e la fune erano tesi allo spasmo. Per un attimo - un attimo che parve lungo quanto un’eternità -, arciere e arco rimasero immobili. Il giovane si sforzò di cogliere il punto verso il quale sarebbe stata scagliata la freccia, ma non riuscì a identificare alcun bersaglio.
Di colpo, la mano destra liberò la presa della corda, il braccio scattò all’indietro, e l’arco fu una sorta di elegante semicerchio stretto nell’altra mano. La freccia sembrò svanire ma, dopo qualche secondo, riapparve in lontananza.
“Va’ a prenderla,” disse Tetsuya, rivolgendosi al giovane.

Il bersaglio

Il ragazzo tornò con la freccia: aveva trapassato una grossa ciliegia, a quaranta metri di distanza.
Dopo essersi inchinato davanti all’arciere, Tetsuya si diresse verso la falegnameria. Da un angolo prese un legno sottile e incurvato, intorno al quale era stretta una lunga correggia. Srotolò la striscia di cuoio, e comparve un arco simile a quello dello straniero - questo, però, sembrava meno usato.
“Non ho frecce. Dovrete prestarmene una delle vostre. Farò quello che mi avete chiesto, a patto che manteniate la promessa di non rivelare il nome del villaggio dove vivo, o qualcos’altro riguardo alla mia esistenza. Se qualcuno vi domanderà di me, rispondetegli che mi avete cercato sino in capo al mondo, prima di scoprire che ero stato morsicato da un serpente ed ero morto un paio di giorni più tardi.”
Lo straniero annuì e gli porse una delle sue frecce.
Con un notevole sforzo, Tetsuya premette un’estremità del lungo bambù ricurvo contro una parete e incordò l’arco. Poi, senza proferire parola, si incamminò verso le montagne.
Lo straniero e il giovane lo seguirono. Camminarono per un’ora e raggiunsero una gola fra le rocce, sul fondo della quale scorreva un torrente impetuoso: per passare dall’altra parte bisognava percorrere una passerella traballante, sostenuta da corde malconce.
Mostrando una grande calma, Tetsuya arrivò a metà del ponticello - che dondolava pericolosamente -, s’inchinò verso un punto sull’altra sponda, armò l’arco con gli stessi gesti del forestiero, lo avvicinò al petto e scoccò la freccia.
Il giovane e lo straniero osservarono il dardo conficcarsi in una pesca matura, a una ventina di metri di distanza.
“Voi avete centrato una ciliegia; io, una pesca,” disse Tetsuya, riguadagnando il solido terreno della gola. “La ciliegia è più piccola. Il vostro bersaglio era a quaranta metri, mentre la distanza del mio era circa la metà. Di certo, sarete in grado di ripetere questo tiro. Ecco, andate sulla passerella e mirate all’altra pesca.”
Terrorizzato, il forestiero si avventurò sul ponticello malmesso e oscillante; teneva lo sguardo fisso sull’abisso che, visto tra le assi, si apriva sotto i suoi piedi. Compì gli stessi gesti e scoccò la freccia puntando l’albero di pesche, ma il dardo non lo sfiorò neppure.
Quando tornò sul ciglio della gola, l’uomo appariva estremamente pallido.

Le sensazioni della mente

“Di sicuro, possedete abilità e autorevolezza,” disse Tetsuya. “Padroneggiate la postura, la tecnica e i segreti dell’arco, ma non sapete gestire le sensazioni della vostra mente.
“Siete un ottimo tiratore, quando le circostanze sono favorevoli; ma se vi trovate a scoccare in condizioni disagevoli, mancate il bersaglio. Poiché l’arciere non può scegliere il proprio campo di tiro, vi consiglio di perseverare nei vostri allenamenti e di prepararvi anche per le situazioni sfavorevoli.
“Non abbandonate il cammino dell’arco, giacché esso è un percorso di vita. Sforzatevi di comprendere che un colpo valido e preciso è assai diverso da un tiro effettuato con l’animo sereno.” A quel punto, lo straniero fece un inchino profondo, ripose l’arco e le frecce nella sacca, se la caricò in spalla e si allontanò.
Questo testo è estratto dal libro "Il Cammino dell'Arco".