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arte lasciare andare panigatti
 
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Un altro aspetto difficile da lasciare andare è il desiderio di vendetta, inseparabile compagno della rabbia e dell’umiliazione nate da un rifiuto percepito. Quando un rapporto d’intimità e, quindi, una relazione d’amore o sessuale, ma anche parentale, s’incrina e finisce malamente, il sentimento che prima o poi si affaccia, fino a prevalere su tutti, è la voglia di farla pagare a chi ci ha fatto soffrire. Magari non è il primo a venire a galla, in quanto emerge consapevolmente dopo il dolore e il lutto della fine di un rapporto, oppure segue il senso di disistima, generato dalla perdita, ma arriva sempre, puntuale e distruttivo. E purtroppo è più deleterio per noi che per la persona a cui è diretto. Coltivarlo significa farci molto male, oltre a creare pesanti effetti nella nostra vita affettiva e sessuale.
Quando poi acquistiamo la consapevolezza che, a causa dell’umiliazione e dell’esperienza dolorosa, non riusciamo più a essere noi stessi, la rabbia aumenta in modo esponenziale. Il desiderio di vendetta germoglia dalle aspettative disattese e dalla sensazione di essere stati manipolati. La collera si riverbera sull’altra persona, che ci ha disprezzato, o non ci ha riconosciuto e che, soprattutto, non ci ha amato. E anche possibile che « giriamo » la rabbia verso noi stessi, con i sensi di colpa, perché, di fatto, non siamo stati capaci di farci amare.
Una volta rotto un legame importante, molte persone disimparano ad ascoltare le loro vere necessità, per perdersi dietro la chimera del gliela faccio vedere io. Se dovessimo contare il numero di coloro che sono riusciti a lasciare andare l’arpione della vendetta che, a loro insaputa, li stava trascinando a fondo, vedremmo che sono assai pochi!

Il nostro agire non sarà più libero

Non importa se l’oggetto della nostra vendetta subirà gli effetti delle nostre macchinazioni o non lo saprà mai, quello che conta, dal momento in cui scegliamo la vendetta, è che il nostro agire non sarà più libero. Reciteremo la pantomima del come se la persona che ci ha ferito fosse lì a guardarci: « Se vedesse questo, morirebbe d’invidia ». Sceglieremo qualcosa non per il nostro piacere, o perché è giusto per noi, ma per far danno a qualcuno che potrebbe non saperlo mai.
Anche se abbiamo perso fisicamente i contatti con la persona che ci ha fatto soffrire e non la vediamo da anni, spesso lei rimane il riferimento dei nostri pensieri e del nostro cuore; come un faro che, periodicamente, rompe il buio con la sua luce e ci attira, condizionando la nostra vita.
Non riconosciamo di aver bisogno d’amore e non cerchiamo nella giusta direzione, ma cuociamo al fuoco lento della voglia di vendetta e del veleno del rancore. Così, invece di avviare il processo di guarigione, facciamo a noi stessi molto più male di quanto ci abbia fatto l’altra persona, recitando una farsa che chiamiamo amore e non trovando piacere in un sesso di pessima qualità: continuando a ribadire il giudizio che ci vede immeritevoli, beffati e abbandonati, rendiamo il baratro sempre più profondo.
È normale che, dopo una storia finita male, abbiamo bisogno di risanare la nostra autostima zoppicante e il nostro cuore ferito. E anche uno dei momenti in cui siamo più vulnerabili, poiché a muoverci è il bisogno, e ciò può indurci facilmente a confondere le nostre vere necessità, ottenebrati come siamo dal desiderio di mostrare a chi ci ha lasciato quanto abbia perso. Qui diventa essenziale lasciare andare questi fardelli di rancore e di vendetta, per non immolarci su un altare che non c’è più.

Il sesso e l’amore

Attenzione, dunque, perché in questa situazione è facile confondere due forze primarie e potenti, il sesso e l’amore. Usare la sessualità come forma di rappresaglia contro chi ci ha ferito, e fare sesso con qualcun altro senza averne veramente voglia, solo per colpire - almeno nella nostra intenzione - chi ci ha fatto del male, è una pratica molto comune che può dare un senso di effimera potenza. Con questo comportamento, però, oltre a immiserire l’energia creatrice del Secondo Chakra, ci costringiamo a ignorare la nostra comunicazione interna, controllando per tacitare il nostro corpo e indurlo a fare cose non desiderate. Se ci abbandoniamo a questo schema, ci ritroveremo a non vivere il presente, coltivando invece un passato arrugginito. Il rischio è grosso perché, nel qui e ora, diventeremo persone anaffettive o ipercontrollate, dal momento che tale modo di essere è l’unico che ci permette di giocare al meglio la partita della tentazione e della rappresaglia.
Useremo la seduzione come un’arma e per dimostrare il nostro potere. Peccato che, quando ci troveremo in un letto con un partner che per noi non ha alcun valore, con l’unico scopo di mettere l’ennesima medaglia sul tabellone dell’« io vinco - tu perdi », non ci renderemo conto che i perdenti siamo noi.
Quando ci sveglieremo da questo incubo, cosa che prima o poi accade, ci troveremo ancora più frustrati, feriti e malconci di quando abbiamo iniziato la nostra sedicente vendetta, come nella storia di Anna.

La storia di Anna

La gente si muoveva intorno a me, nel giardino attorno alla piscina illuminato ad arte, bambolotti perfetti in una parodia di perbenismo. Avevo voglia di gridare. La prospettiva surreale del mio sentire, il pulsare di vita e di rancore, era sempre più difficile da controllare.
Anche lui era falso, ingessato nel suo vestito firmato. Solo i suoi occhi erano vivi e dolorosi quando incontravano i miei. Provavo un sentimento corrosivo, la voglia di graffiarlo dentro, di lacerarlo fino all'osso, perché gridasse e soffrisse ma, almeno, per una volta fosse vivo.
Mai un gesto di vero desiderio, mai che sentissi il suo corpo tendersi verso il mio senza un calcolo, mai che la mia mente potesse ubriacarsi della sua voglia. E sempre il silenzio tra noi, mai che si parlasse di noi.
Odio gli uomini che non fanno nulla, che tacciono mentre fanno all'amore. Odiavo lui perché non mi guardava mai come se mi spogliasse, dei vestiti e delle sovrastrutture, per cercare la mia verità profonda. Odiavo il suo non saper ridere con me della gente chiusa e gretta che ci circondava, per metterci fuori da quella cancrena di forma.
Così, seduta in braccio al suo migliore amico, ho recitato il dramma del mio rancore, la beffa e l'insulto. Davanti a lui, nella luce incerta di lampade di carta, ho lasciato che mani di un altro mi frugassero, che il mio corpo accendesse il corpo di un altro, che la mia bocca cercasse il tenero palpito della tempia di un altro.
Sentivo in me il paradosso, come lo scandalo e la ribellione. Lo punivo con la forza della mia infelicità, lo infangavo per la sua mancanza di coraggio. Non era solo la mia rivalsa di femmina che voleva dimostrare a se stessa di essere desiderata e desiderabile, era molto di più. Era la voglia di ferire a fondo: lo stavo facendo con il suo miglior amico.
Anna era infelice ma, invece di avere la forza di riconoscere di essersi attirata un partner sbagliato e finire la storia o, meglio ancora, invece di domandarsi quale decisione le aveva fruttato quella relazione così lontana dai suoi bisogni, aveva ceduto alla lusinga della vendetta.
La mattina dopo, per un attimo, le sue spalle gracili e il suo dormire in posizione fetale avevano sciolto il mio rancore: sembrava così indifeso. L’ho abbracciato da dietro, ero quasi serena. Lui ha continuato a tenere gli occhi chiusi, non ha fatto nulla per sottrarsi al mio abbraccio; non ha fatto nulla di nulla.
Per un po' l’averlo così, contro di me, e il sentire il suo respiro mi ha pacificato. Sono rimasta a lungo abbracciata alla sua immobilità, poi il muro delle sue spalle ha cominciato a pesarmi e una vecchia solitudine ha cantato la nenia che conosco bene.
E mentre l’assenza di comunicazione si faceva sempre più pesante, il rancore ha srotolato piano le sue spire, iniziando a sibilare la sua canzone. Le mie mani si sono mosse con intenzione, con la lentezza esasperante di chi sa come rendere schiavo.
Non l’ho mai guardato in faccia, non l'ho mai baciato. I gesti, che avrebbero dovuto essere d’amore, recitavano la fine. Ero fredda e presente e, mentre il suo piacere rompeva gli argini e dilagava, nella mia testa aveva il suono potente di un tamburo, il tamburo della mia vendetta. E mentre si contorceva - come può essere grottesco un uomo quando gode - mi sono alzata: la puttana aveva terminato.
Sono uscita in giardino per assaporare la mia vittoria. Ma il cane della solitudine era più rabbioso che mai e, nell’aria profumata del mattino, le campane pareva suonassero a morto: mi sono accoccolata tra i gerani e ho pianto.
Anche in questo caso, chi è la vittima?
Questo testo è estratto dal libro "L'Arte di Lasciare Andare".